Genova – Il rilancio del trasferimento dei Depositi chimici a Ponte Somalia. Oppure la permanenza a Multedo investendo sul sito attuale, «sempreché ce lo permettano, come è stato fatto con Carmagnani, e che anche qui non vi siano due pesi e due misure». È la conclusione della lettera che Guido Ottolenghi, presidente dell’azienda Superba, ha inviato alla sindaca Silvia Salis, al governatore ligure Marco Bucci e al presidente del porto Matteo Paroli (così come ai loro predecessori).
Otto pagine in cui l’imprenditore ricostruisce l’intera vicenda del mai avvenuto trasferimento della Superba all’interno dello scalo genovese, a partire dall’«inganno» del 1990, quando il suo gruppo, ossia la Pir di Ravenna, venne chiamato ad acquisire l’azienda proprio per gestirne la ricollocazione. Da allora, secondo Ottolenghi, l’azienda è bloccata in un «gioco dell’oca» tra ricorrenti dietrofront istituzionali e intrighi locali, volti in sostanza a creare infiniti ostacoli al trasferimento dei Depositi, per presunte opportunità politiche o possibili appetiti della concorrenza.
No a Porto petroli
La lettera implicitamente boccia anche l’ultima proposta di ricollocazione avanzata dall’Autorità portuale, ossia al Porto Petroli, su cui tra l’altro è previsto un vertice tra questo ente e il Comune giovedì della settimana in corso. L’area, nota Ottolenghi, «è stata già bocciata tre volte» nei quattro decenni in cui si è sviluppata questa vicenda. L’ultimo no, circa due anni fa con una presa di posizione del Partito democratico, azionista di maggioranza dell’attuale giunta comunale. Soprattutto, Ottolenghi giudica irricevibile l’ipotesi dei depositi interrati, così come prospettata anche nell’ultima proposta dell’Adsp (che ne ha ipotizzato la costruzione sottacqua) e come consentito dalla legge Petrolifera del 1934, richiamata dall’ultima sentenza del Tar che ha bocciato la procedura adottata dall’Autorità portuale per la collocazione dei Depositi a Ponte Somalia.
Ogni deposito andrebbe interrato
Ma «premesso che si parla di Depositi chimici e non petroliferi – scrive l’imprenditore – dall’analisi effettuata sul portale Ispra relativo agli stabilimenti Seveso (ossia quegli impianti industriale che detengono, producono o manipolano sostanze pericolose in quantità superiori a specifici limiti di legge, rappresentando un potenziale rischio di incidente rilevante per la salute umana e l’ambiente, ndr) si evince che tutti i depositi costieri (petroliferi o chimici) presenti nell’area portuale di Genova hanno serbatoi di stoccaggio fuori terra. Nessuno di loro, dunque, rispetterebbe il decreto del 1934, secondo l’interpretazione che ne dà il Tar. Nessuno dei depositi petroliferi in Liguria – prosegue Ottolenghi – inclusa Silomar, Getoil, Alkion (ora Saar Dp Green) e il vicino deposito Sarpom a Vado Ligure o quelli di Calata Oli Minerali è interrato, e pochissimi depositi petroliferi in Italia sono interrati. Ciò perché i depositi interrati sono in realtà più pericolosi e difficilmente monitorabili».
Il “sistema-Genova”
Questo, in quello che sembra un più ampio atto d’accusa contro il sistema-Genova: dalla demonizzazione subìta negli anni (quando in porto, nota Ottolenghi, ci sono altre sette aree sottoposte a normativa Seveso, «che presentano rischi simili o maggiori» rispetto ai Depositi) a distorsioni amministrative (il fatto che i Depositi siano stati giudicati quale attività petrolifera dal Tar, o che l’intero progetto di Ponte Somalia sarebbe contrario a un’ordinanza che la stessa Capitaneria ha dichiarato adeguabile al progetto stesso).
In mezzo, c’è il «voltafaccia degli uffici della Regione», che prima hanno istruito il progetto, per poi dichiarare che era di competenza ministeriale; l’andamento contrastato del precedente comando dei Vigili del Fuoco, un percepito doppiopesismo dell’Autorità portuale, tanto prudente, a giudizio dell’imprenditore, nel valutare le pratiche sulla ricollocazione, quanto solerte nel facilitare gli iter di ampliamento e potenziamento delle aziende concorrenti e già presenti sia a Genova che Savona.
C’è anche un rilievo sul ruolo di Agostino Benvenuto, già consulente di Superba e principe delle consulenze ambientali a Genova per aziende, Autorità portuale e lo stesso Tar, che sarebbe il regista di tutte le valutazioni contrarie alle proposte di ricollocazione dell’azienda. In sintesi, Ottolenghi riflette come i piani di delocalizzazione vengano rallentati ogni volta da lentezze burocratiche, manovre politiche, interessi economici e ricorsi, finché una nuova amministrazione li abbandona e ne studia altri, magari deliberatamente improbabili, in un eterno innovare per non cambiare nulla, e conclude: «Vediamo scritto a caratteri cubitali che a Genova non ci vogliono, e che probabilmente, se il progetto lo facesse qualcuno meglio inserito, gli andrebbe tutto liscio. Mi pare dunque – dopo 40 anni di tentativi, spese ingenti, fiducia nelle istituzioni che alle volte ci hanno pure appoggiato – che l’unica conclusione possibile sia che non conta dove o come si farà la delocalizzazione, ma soltanto chi la farà». —