Genova – Una centralizzazione che non semplifica la governance dei porti, ma anzi la complica, aggiungendo sovrastrutture che nella sostanza sono inutili. È netto il giudizio di Graziano Delrio sulla riforma dei porti del governo, la cui discussione alla commissione Trasporti della Camera inizierà con la riapertura del parlamento a settembre. Ministro per gli Affari regionali tra 2013 e 2014 nel governo Letta e poi dei Trasporti fino al 2018 negli esecutivi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, Delrio è autore della prima significativa revisione normativa della legge 84/94 sui porti. E infatti la “Riforma Delrio” proprio all’inizio di questo mese ha compiuto 10 anni.
Oggi siamo a un nuovo tagliando della legge portuale. Con la significativa introduzione di un nuovo soggetto, la Porti d’Italia Spa. Cosa ne pensa?
«Direi che si va verso una centralizzazione che nei fatti svuota di potere le Autorità di sistema portuale, rendendole incapaci di sviluppare investimenti e perdendo il collegamento con il territorio. Tutto quello che riguarda la progettazione e realizzazione di opere, il conferimento degli appalti, lo sviluppo dei lavori è affidato a questa nuova agenzia. Da sostenitore del decentramento amministrativo, mi sembra un fatto preoccupante. Quando 10 anni fa abbiamo lavorato, con grande fatica, all’accorpamento delle Autorità portuali, passando da 24 a 16 enti e rinominandole “di sistema portuale”, l’obiettivo era l’opposto di questa riforma. L’idea infatti era quella di rafforzare questi enti sul territorio».
L’attuale riforma vuole centralizzare le decisioni sulle opere strategiche.
«Certo non si può avere la pretesa che la singola Autorità di sistema portuale possa avere una visione strategica nazionale. È vero, c’è sempre il rischio che molti enti portuali siano per esempio attratti nello stesso momento dall’investire su un determinato comparto, senza che tuttavia ci sia effettivamente un traffico sufficiente a sostenere la presenza di tutte quelle nuove opere. Però, guardi, gli strumenti per evitare questo ci sono già: la legge attuale prevede infatti una Conferenza nazionale di coordinamento fra le Adsp, proprio perché queste possano confrontarsi e definire una strategia nazionale, evitando così duplicazioni e sovrapposizioni di progetti e obiettivi fra singoli enti. Il problema, è che non si è mai voluto dare attuazione a questo coordinamento».
Però la Porti Spa opererebbe anche sul mercato, finanziando così la realizzazione di nuove infrastrutture, senza dover attingere in toto alle casse pubbliche.
«Ma anche per questa finalità gli strumenti esistono già. Lei che è in Liguria dovrebbe sapere che proprio a Savona c’è stata un’importante opera realizzata con la finanza a progetto (la piattaforma Maersk ndr), che permette ai capitali privati di concorrere alla realizzazione di opere pubbliche. Non solo, ma all’interno della stessa legge portuale è previsto uno strumento di autonomia finanziaria, con l’1% del gettito Iva delle Authority che alimenta un Fondo dedicato proprio alla realizzazione di infrastrutture nei porti. Senza dimenticare la presenza della Cassa Depositi e prestiti. Sono tutti strumenti che hanno permesso interventi importanti, penso ad esempio al porto di Palermo, che in questi anni ha radicalmente cambiato volto, diventando il traino per l’economia di quella città. E poi c’è un altro aspetto che non va perso di vista».
Quale sarebbe?
«Il fatto che questa riforma nei fatti è già stata distrutta dalla Ragioneria di Stato: la Porti Spa ha infatti un capitale sociale di 10 milioni di euro. Inizialmente, quel capitale doveva essere di 500 milioni, ma come sappiamo questa prima proposta non ha passato l’esame contabile. E questo, per le ambizioni che avrebbe dovuto avere questo nuovo soggetto, è un grande problema, perché allo stato attuale le manca la leva per attirare investimenti e dare una reale spinta all’economia. Mi creda, non ho particolare soddisfazione nel fare queste valutazioni, ma avendo fatto il ministro dei Trasporti per anni ho maturato una certa esperienza».
Però la nuova società dovrebbe attingere risorse e personale dalle Autorità di sistema portuale.
«Contribuendo così al loro depauperamento, senza risolvere il problema loro coordinamento. In Italia si dovrebbe semplificare, e invece si aumentano sempre gli interfaccia, complicando ulteriormente le cose. Anche in questo caso il rischio è avere un’ulteriore scatola vuota come sarebbe la Porti Spa, che si sovrapporrebbe all’attuale catena che per quanto riguarda la portualità va dal ministero dei Trasporti all’Autorità di Regolazione dei trasporti fino alle Autorità di sistema portuale passando per la società Ram, oggi vera struttura tecnica di raccordo. Mi sembrano peraltro valutazioni che sono già state fatte in più occasioni».
Se dovesse essere lei a fare il tagliando alla sua riforma del 2016, ci sarebbe qualche cosa che cambierebbe?
«Certo, rafforzerei proprio il coordinamento decisionale tra le Autorità di sistema portuale. Ma lo farei utilizzando gli strumenti che sono già a disposizione e presenti nella legge attuale. Penso sarebbe un percorso più efficace rispetto a questa riforma, anche nella prospettiva delle autonomie locali. Non dimentichiamo infatti che i porti sono materia concorrente, le Regioni su questo argomento sono state sin qui piuttosto silenti, ma è evidente che le loro prerogative in questo settore sono messe in forse. Insomma, penso sarebbe stato meglio intervenire sull’esistente. Ma si sa: le riforme sono bandierine, e i governi hanno fretta di issarle. Certo, in questo caso non so quanto sia prudente varare una riforma a pochi mesi dalla scadenza dell’esecutivo: è un bel rischio, perché non si sa cosa succederà dopo…».