Genova – La riforma dei porti introduce un nuovo principio, ossia quello della possibilità di sopprimere un’Autorità di sistema portuale se la sua performance economica risulta negativa per tre anni consecutivi. L’attuale legge prevede una procedura per la revisione del numero degli enti e la possibilità di stabilire delle soglie minime di traffico al cui venir meno un’Authority è soppressa, ma la riforma in questo senso è molto più netta, perché senza rinviare a regolamenti futuri o eventuali revisioni periodiche del ministero, mette nero su bianco che «al verificarsi per la terza volta nell’arco di un quadriennio di un risultato di competenza dell’esercizio negativo, asseverato dal Collegio dei revisori dei conti (…) possono essere disposti la soppressione dell’Autorità di sistema portuale e il trasferimento delle relative funzioni e delle relative risorse umane, strumentali e finanziarie ad altra Adsp, che subentra nella titolarità di tutti i rapporti giuridici attivi e passivi dell’Autorità soppressa».
Il tema è centrale, in un quadro in cui il grosso della riforma si gioca proprio sul tema delle risorse finanziarie (per gli enti portuali e per la Porti Spa, la nuova società che dovrà curare la progettazione e realizzazione delle infrastrutture strategiche nei porti). La procedura stabilita nel disegno di legge è piuttosto semplice: la soppressione avviene con un decreto del ministero dei Trasporti, di concerto con quello dell’Economia acquisito il parere della Conferenza unificata (cioè conferenza congiunta tra Stato-Regioni e Stato-Città-autonomie locali).
Osservando le proposte emendative presentate dai deputati della commissione Trasporti alla Camera, sulla possibile soppressione degli enti portuali c’è il niet del Partito democratico, con due emendamenti. Il primo, che prevede la soppressione di tutte le modifiche all’organizzazione delle Adsp previste dal disegno di legge, e di conseguenza anche di questo particolare capitolo relativo ai bilanci, è quello che esprime la generale contrarietà alla riforma da parte del Pd.
Il secondo è invece una proposta di modifica del ddl: dopo tre esercizi in rosso, l’Adsp non dovrebbe essere soppressa, ma il ministero dovrebbe avviare piuttosto un’analisi delle cause finanziarie che hanno portato l’ente in queste condizioni, sentita la stessa Authority e la Regione di competenza. Se il passivo è attribuibile a gravi inadempienze gestionali, il ministero nomina un commissario che deve predisporre un piano di rientro della durata massima di due anni.
Insomma, l’ente non dovrebbe essere soppresso, ma commissariato, e solo se il buco nel bilancio è dovuto a un’effettiva mala gestione, e non, recita l’emendamento, a scostamenti derivati «da crisi geopolitiche, macroeconomiche o da eventi straordinari non imputabili alla gestione dell’ente». Nella maggioranza, Fratelli d’Italia non pone veti sulla soppressione dell’Autorità portuale dopo tre anni bilanci negativi, ma rispetto al ddl circoscrive in maniera più dettagliata le cause che possono portare a quest’azione da parte del ministero. Di concerto con il Mef e l’Authority interessata, dovrebbe essere avviata una procedura di verifica delle cause dello squilibrio economico dell’ente.
Se la verifica attesta che i problemi dell’Autorità derivano a cause gestionali non riconducibili a eventi straordinari, alla riduzione dei traffici, ad obblighi normativi compresi «vincoli derivanti dalla presente legge o insufficienza delle risorse disponibili», viene adottato il piano di riequilibrio. E solo in caso di mancata attuazione di questo piano, può essere disposta la soppressione dell’ente portuale.
Un emendamento di Azione entra nel merito del piano di riequilibrio. Richiesto dal Mit al terzo bilancio negativo, questo dovrebbe essere predisposto dalla stessa Autorità portuale entro 90 giorni sulla base di criteri stabiliti dalla legge. In caso di mancata adozione o di reiterato inadempimento ai suoi obblighi, l’Adsp può essere soppressa con decreto del Mit di concerto con il Mef, acquisiti il parere della Conferenza unificata, ma anche delle commissioni competenti di Camera e Senato.