Prima dirigente, poi presidente e commissario del porto di Civitavecchia. Ma anche timoniere di Assoporti e, per otto anni, presidente a Palermo. Pasqualino Monti ha girato da poco la boa dei cinquant’anni, eppure è a tutti gli effetti uno dei veterani dello shipping italiano. Da due anni amministratore delegato di Enav, oggi lascia formalmente la guida dello scalo siciliano. Per lui, come prevede la legge, scatta il periodo di prorogatio in attesa che il ministero dei Trasporti ufficializzi il nome del successore.
In queste ore si conclude la sua lunga esperienza nel mondo della portualità. Che effetto le fa?
“Dopo oltre vent’anni nel settore portuale, posso dire che questo momento rappresenta per me molto più che la conclusione di un incarico: è la chiusura di un capitolo fondamentale della mia vita professionale e personale. A partire dai primi anni 2000 ho vissuto la portualità da ogni prospettiva, affrontando sfide complesse, realizzando infrastrutture strategiche, promuovendo riforme, innovando modelli gestionali e, soprattutto, costruendo visioni di lungo periodo. Da Civitavecchia a Palermo, passando per la presidenza di Assoporti, ho avuto l’onore di guidare realtà strategiche per il Paese in momenti chiave, portando avanti un’idea di porto moderno, aperto, efficiente e profondamente integrato con i territori”.
Un lavoro complesso.
“Non è stato solo un lavoro: è stata una missione, vissuta con passione, determinazione e spirito di servizio. Oggi provo gratitudine per tutto ciò che ho imparato, per le persone straordinarie che ho incontrato e per i risultati concreti che, insieme alle mie squadre, abbiamo raggiunto. Il sistema portuale italiano è cresciuto e si è affermato anche a livello internazionale, e sapere di aver contribuito a questo processo è motivo di orgoglio. Il legame con il mare e con la portualità resta parte di me. Da due anni si è aperto un nuovo capitolo, che sto affrontando con la stessa energia e con lo sguardo rivolto al futuro”.
Più di un addetto ai lavori è convinto che il suo non sia un addio.
“Nella vita professionale, come in quella pubblica, è saggio non usare mai parole definitive. Se qualche anno fa mi avessero detto che il mio percorso mi avrebbe condotto ad essere amministratore delegato di una azienda di Stato quotata in borsa e ad occuparmi di gestione del traffico aereo, avrei sorriso con interesse, ma anche con una naturale dose di scetticismo. Eppure, eccomi qui. È la forza delle sfide complesse a orientare i miei passi. Se un giorno il sistema portuale italiano si troverà ad affrontare nuove trasformazioni, e se il mio bagaglio di esperienza potrà risultare ancora una volta utile… perché no, mai dire mai. Le infrastrutture sono vive, si evolvono. E con esse, anche chi le serve con spirito civico e visione strategica”.
Qual è stato il momento peggiore e quello che, invece, ricorda con maggiore piacere?
“In Sicilia forse lo spaesamento dell’arrivo, in una realtà a me sconosciuta, con porti squalificati da far rinascere e far diventare competitivi. Venivo anche da un ultimo periodo a Civitavecchia piuttosto complicato, dopo tanti anni straordinari segnati da risultati incredibili. Però ho resistito e ho dato delle risposte, assumendomi una forte dose di responsabilità. I momenti positivi sono fatti da persone, relazioni, consapevolezze. Sono istantanee umane: i volti di chi ha creduto nella possibilità concreta del cambiamento, anche dove sembrava arduo. Quelle sono le vere vittorie, non i titoli, ma la trasformazione reale vissuta insieme a chi non ha avuto paura di sognare. E di costruire. Certo la presenza del presidente Mattarella a Palermo all’inaugurazione del Palermo Marina Yachting resterà un ricordo indelebile”.
Lei è stato, e continua a essere, una voce critica all’interno dello shipping italiano. Ne è valsa la pena?
“Assolutamente sì. In un sistema spesso abituato all’autoreferenzialità e alla ripetizione di modelli consolidati, scegliere di assumere una postura critica non è mai un esercizio sterile. È, anzi, un dovere. Essere “fuori dal coro”, se significa porre interrogativi scomodi, sfidare inerzie e affermare principi di efficienza e trasparenza rappresenta per me la più alta forma di responsabilità pubblica. In fondo, ogni trasformazione reale nasce da un dissenso costruttivo: non gridato, ma argomentato; non ostile, ma fondato su dati e competenze. Se questa posizione ha suscitato reazioni, spesso anche dure, credo che la storia dei risultati ottenuti, in contesti oggettivamente difficili, sia la risposta più credibile”.
Malgrado tutto, il ruolo di presidente di Autorità di sistema portuale sembra ancora molto ambìto. Quale consiglio si sente di fare arrivare ai nuovi e ai futuri colleghi?
“Per la mia esperienza direi che governare un sistema portuale oggi non significa solo amministrare infrastrutture, ma immaginare e costruire un futuro diverso per i territori, le comunità e le filiere produttive che da quei porti dipendono. Il mio consiglio? Studiare ogni dossier, conoscere il contesto fino in fondo, creare una squadra coesa di persone competenti e affidabili, e lavorare instancabilmente. La vera sfida è restituire al ruolo il senso strategico che merita. Ma i miei colleghi non hanno certamente bisogno di suggerimenti”.
C’è un collega al quale si sente ancora oggi particolarmente vicino?
“Ho sempre avuto rispetto per chi ha vissuto il proprio incarico come servizio e non come posizione. Ci sono, nella storia recente della portualità italiana, figure che si sono distinte per rigore, visione e coerenza: non necessariamente le più visibili, ma certamente le più autentiche. Non amo citare nomi ma mi sento vicino a chi ha interpretato il proprio mandato anteponendo l’interesse pubblico a quello personale, a chi ha preferito la costruzione di un futuro per il proprio scalo alla difesa sterile di una poltrona”.
Una delle accuse che il mondo dello shipping rivolge da sempre alla politica è la scarsa conoscenza del settore. È cambiato qualcosa in questi anni?
“Con fatica, ma sì, si intravede un cambiamento di prospettiva. Le dinamiche globali – crisi geopolitiche, nuove rotte, pressioni logistiche – hanno riportato il mare al centro della riflessione strategica. È ormai evidente che la marittimità non è un corollario della politica industriale, bensì una delle sue fondamenta. Ma questa consapevolezza, da sola, non basta”.
Perché?
“Perché la portualità, oggi, non è più solo un’infrastruttura: è una piattaforma geopolitica”.
È vero che la politica interferisce troppo sulla gestione dei porti?
“L’interazione tra politica ed economia è un dato strutturale. Parlare di “interferenza” rischia di essere fuorviante, se non si qualifica la natura di tale rapporto. In un’ottica positiva, la politica dovrebbe offrire visione strategica, linee guida di lungo periodo, e un orizzonte stabile entro cui gli operatori possano agire. In quest’ottica, il suo ruolo è essenziale. Se invece la politica abdica a questa funzione nobile e si riduce a esercitare controllo sterile, finalizzato alla gestione del potere e non allo sviluppo del sistema, allora sì, il suo intervento diventa un freno”.
Qual è il suo giudizio sugli imprenditori della portualità?
“Il nostro Paese può contare su una solida e storica tradizione armatoriale, con imprenditori che, nel tempo, hanno saputo guardare lontano, investire con coraggio e ottenere risultati oltremodo significativi. È un patrimonio di competenze e visione che rappresenta un valore fondamentale per l’intero sistema logistico nazionale. Ma il sistema imprenditoriale legato alla portualità ha mostrato anche, nel suo complesso, un certo ritardo culturale rispetto agli standard consolidati dei principali hub del Nord Europa e di molte realtà nel mondo”.
Che cosa è mancato?
“Per troppo tempo è mancata una vera alleanza strategica tra pubblico e privato, fondata su obiettivi comuni e su un linguaggio condiviso. Oggi, in un mercato globale sempre più polarizzato e selettivo, la sfida è duplice: da un lato, valorizzare l’efficienza, la rapidità decisionale e la capacità di investimento del capitale privato; dall’altro, garantire che l’interesse generale – declinato in termini di competitività, occupazione e sostenibilità – resti saldamente al centro dell’azione pubblica. Non si tratta di contrapporre pubblico e privato, ma di costruire uno spazio di cooperazione intelligente: un terreno comune dove lo Stato sappia definire regole chiare, lungimiranti e ambiziose, e dove l’impresa le interpreti con visione, pragmatismo e senso di responsabilità. Solo così potremo colmare i gap ancora esistenti e posizionare l’Italia tra i protagonisti della portualità globale”.