Porti, la riforma non è più rinviabile: numeri, governance e territori

Gli interventi di Messina (Assarmatori), Zanetti (Confitarma) e Pessina (Federagenti) a Genova

Ultimo aggiornamento 2 ottobre 2026 - 12:15

Quando i dati dell’export e le voci di chi muove merci e navi nei porti italiani convergono sullo stesso messaggio, non è un giorno qualunque. Paolo Pessina (Federagenti), Stefano Messina (Assarmatori) e Mario Zanetti (Confitarma) lo hanno ribadito questa mattina a Genova con nettezza: la riforma del sistema portuale non è più una partita politica da rinviare, ma una necessità di competitività e di sistema Paese. Tre rappresentanti del cluster marittimo-portuale, prospettive diverse, un’unica urgenza: chiudere la riforma, dotarla di una regia nazionale e farlo senza penalizzare imprese e territori.

Pessina ha scelto di partire dai numeri, quelli che «non mentono». L’Italia ha registrato un +3-3% di export. I porti dell’Alto Tirreno, orientati verso Stati Uniti e Canada, hanno invece segnato un +7% in un contesto di conflitti e tensioni energetiche. «Questo significa che c’è uno stato di salute e di pace importantissimo e fondamentale che noi dobbiamo guardare». Federagenti rappresenta i clienti dei porti e circa il 70% degli agenti dei produttori: è «un termometro di quello che è lo stato di salute dei nostri porti e delle esigenze che abbiamo come clienti».

La riforma, ha detto, «è importante, importantissima», ma richiede un cambio di mentalità. È nata dal Ministero delle Infrastrutture e ha superato scetticismi ripetuti: prima «non arriverà mai in Parlamento», poi «non arriverà prima della fine della legislatura». «Ecco, noi dobbiamo cambiare questa». Federagenti non ha sollecitato emendamenti. «Abbiamo presentato zero emendamenti, perché nella nostra testa è molto più importante arrivare alla riforma, a finire questa riforma, a creare un nuovo modo di riuscire ad affrontare un mercato che è velocissimo, dinamicissimo». Gli oltre 600 emendamenti presentati da altri soggetti «significano che ci sono un sacco di situazioni di interesse particolare».

«Dobbiamo avere il coraggio di dire: okay, io ho questi interessi, rinuncio a un pezzettino dei miei interessi, ognuno di noi deve rinunciare a un pezzettino dei propri interessi. In questa maniera sicuramente ne guadagneremo». La merce «è come l’acqua, trova sempre una via. Se noi non viviamo la via con il sistema italiano, con il sistema Paese, la merce va da qualche altra parte». Rotterdam, ha avvertito, «sta andando avanti velocissimamente con investimenti nuovi, idee nuove». Serve lavorare insieme: «Dalle istituzioni alla nuova Spa, ai trasporti portuali, occorre dire: lavoriamo insieme e andiamo a vendere l’infrastruttura».

Stefano Messina ha arricchito il quadro insistendo sul metodo. Il cluster marittimo-portuale «è stato molto coinvolto nel processo di analisi di crisi e opportunità». Le rappresentanze hanno partecipato «con un metodo di intenso lavoro, trasparenza delle comunicazioni». Sul tema delle risorse umane, Messina è stato netto: «Se passerà la riforma, il ruolo fondamentale sarà quello del management, la struttura, le risorse umane che la guideranno. Questo secondo me è un tema fondamentale». Il contributo armatoriale alla riforma è stato «professionale… non per appoggiare il centrodestra che la sosteneva, ma per appoggiare il nostro sistema produttivo, il Paese». Almeno trenta riunioni, lavoro «molto profondo». «Non è una missione politica questa della riforma portuale, è una missione di rinnovamento del Paese».

Sul piano dei traffici, Messina ha guardato ai container. «Il sistema portuale nazionale vedrà un aumento dei volumi… soprattutto nei container». «I contenitori che portano ricchezza, lavoro, alimentano quel record dei 700 miliardi di euro, quarto Paese al mondo per export». L’import «crescerà in maniera significativa» e i porti italiani, se accompagnati dalla riforma, «potremmo beneficiare di questo perché comunque abbiamo ancora un regime di efficienza molto competitivo rispetto a tanti porti del Nord».

Mario Zanetti ha portato la voce di Confitarma legando la riforma a due concetti-chiave: «Libertà e bene comune». «Parlare di riforma portuale vuol dire parlare di libertà di commercio… e di bene comune, perché il sistema portuale italiano è decisamente uno dei nostri grandi patrimoni come nazione». Zanetti ha sottolineato, come Messina, che la riforma «è nata e è evoluta nell’ottica della trasparenza e del confronto. Questo credo sia fondamentale».

Zanetti ha sposato la necessità di una regia e di competenze, ma ha insistito sulla governance. «Qualunque struttura ha bisogno di una governance, e una governance che valorizzi le competenze ma che anche valorizzi le specificità». L’Italia ha una peculiarità: «Per ogni chilometro di costa abbiamo 40 chilometri quadrati di territorio». Francia e Spagna hanno densità doppia o tripla. «La funzione dei porti per i nostri territori è molto peculiare, è molto più chiave che in altri Paesi». Una volta messa in sicurezza la riforma con la cabina di regia, si apre «la grande opportunità di rivedere una governance che valorizzi la funzione strategica e centrale, ma al tempo stesso rinforzi… il rapporto dei porti con i territori».

Sulle economie del mare, Zanetti ha citato i moltiplicatori: «Ogni euro investito ne ritorna 2». Per l’armamento il numero è vicino a 3. «Credo che l’obiettivo sia prendere il riferimento più alto e farlo diventare una priorità… e chiaramente non attraverso più alti costi dei servizi che noi già utilizziamo». Nessuno trarrà vantaggio da servizi più costosi e da una minore competitività dei porti, già sotto pressione dalla concorrenza del Sud del Mediterraneo.

Alla fine resta una questione concreta, quasi banale nella sua evidenza. I porti italiani reggono, i traffici tengono, il tessuto produttivo c’è. Ma il tempo delle analisi e dei confronti è finito: o si chiude la riforma con una regia chiara, o la merce – come l’acqua, per citare Pessina – troverà comunque la sua strada. Solo che potrebbe non passare più di qui.