La riforma dei porti non è un’imposizione, ma lo strumento per far diventare l’Italia un modello di riferimento nel Mediterraneo. Edoardo Rixi, viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, lo ha detto oggi a Genova, intervenendo in un evento dedicato ad Altero Matteoli e all’economia del mare. «Non accetto che venga vista come un’imposizione di qualcuno», ha affermato. «Se il mondo ha cambiato le dinamiche portuali, preferisco che il nostro modello diventi punto di riferimento, prima di vedere i nostri scali invasi da logiche altrui».
Non si tratta di sottrarre autonomia alle Autorità di sistema, che «hanno fatto egregiamente il loro lavoro», ma di costruire un ecosistema nazionale più forte della somma delle parti. Un sistema capace di armonizzare Genova, La Spezia, Savona, Vado, Livorno e gli altri porti senza cancellarne le identità, proiettandole in uno scenario geopolitico in cui l’Italia «o ha un ruolo o subisce i cambiamenti mondiali». Oggi solo una minima parte del 23% di traffico mercantile che transita dal Mediterraneo arriva nei porti del Sud Europa. «Questa è la grande scommessa», ha spiegato Rixi. «Dobbiamo essere pescatori che non usano più la canna, ma le reti». L’Italia dipende da snodi lontani – Mar Rosso, Gibilterra, Singapore – e deve acquisire la capacità di proiettare influenza, diventando vera porta d’ingresso delle merci dal Sud del mondo verso il centro d’Europa.
La riforma, secondo il viceministro, è già un risultato politico: per la prima volta da anni si è parlato concretamente di lavoratori portuali e di criticità del settore. L’obiettivo è chiaro e ambizioso: «Pensiamo di approvarla entro la fine dell’anno almeno alla Camera dei Deputati». Le commissioni stanno lavorando bene, ha aggiunto l’esponente leghista, arriveranno riformulazioni e si cercheranno proposte anche dal centrosinistra, perché non deve essere una legge di parte ma un confronto aperto. La politica, ha sottolineato, deve tenere insieme tre scale di valori: economia, sostenibilità sociale e ambiente. «Se facciamo solo l’ambientale, finiamo come sull’automobile. Se facciamo solo il sociale rischiamo di chiudere le aziende. Se guardiamo solo al reddito rischiamo di mettere i diritti in secondo piano».
Dietro l’intervento c’è la consapevolezza di un primato da non disperdere. L’Italia detiene il 65% del traffico mercantile del Mediterraneo, quote rilevanti della flotta di yacht e leadership nella cantieristica. «Abbiamo una filiera basata sulla capacità umana di saper fare. Ma con una popolazione sempre più anziana rischiamo di perderla». Rixi ha ricordato che in passato si era primi anche nella moda e nel tessile, e si è perso terreno. Non si può ripetere lo stesso errore sulla logistica marittima, perché significherebbe perdere capacità industriale e ricchezza. Da qui l’appello a investire su Accademie e centri di formazione – dalla nuova sede di Porto Antico all’IMAT vicino a Napoli, che prepara equipaggi per flotte internazionali – e a far innamorare i giovani del mare. Le nuove generazioni sono una risorsa scarsa: non vanno lasciate senza obiettivi precisi. «Il futuro di un Paese non passa solo dai dati», ha concluso Rixi. «Passa da chi solcherà questi palazzi nei prossimi decenni».