Prete: “La transizione energetica va governata, non trasformiamola in aumento dei costi”

"La tecnologia è fondamentale per migliorare la gestione dei porti. Mentre prima tutto si sviluppava in orizzontale, ora assistiamo anche a una verticalizzazione: aerospazio, mare, underwater. I pochi scali che hanno raggiunto il grado di “quinta generazione” sono quelli che hanno spinto sull’innovazione"

Sergio Prete

Ultimo aggiornamento 17 agosto 2026 - 14:34

Un porto davvero blu, capace di coniugare transizione ecologica, energetica e digitale «ancora non esiste». Nel libro “Blue Ports – La blue economy in ambito portuale”, Sergio Prete punta l’orizzonte e prova a delineare qualcosa che oggi manca. «Un modello, che possa anche ispirare altri, non c’è – ammette –. I primi passi verso la giusta direzione, però, si vedono». Da qui la proposta: «Aiuterebbe avere un sistema di monitoraggio delle performance, simile a quello che già esiste per i traffici, per la sostenibilità ambientale e l’informatizzazione degli scali».

Prete, qual è la domanda alla quale ha cercato di rispondere nel suo lavoro?
«Più che a una risposta, il libro tende a valorizzare l’esperienza degli ultimi anni. I porti hanno iniziato a trasformarsi. Non sono più soltanto piattaforme dedite al trasporto e al commercio, ma stanno diventando luoghi capaci di assecondare un’evoluzione verso l’innovazione e la sostenibilità».

È questa la definizione di sistema “blu”?
«In parte, sì. Va aggiunto il rapporto con le comunità locali. “Blue” è un’evoluzione di “Green”. Quella che in Italia chiamiamo semplicemente economia del mare, ma che all’estero è conosciuta come “new blue economy”, mira a un bilanciamento tra attività industriale, sviluppo e tutela dell’ambiente. L’obiettivo è l’impatto zero».

Sulla transizione energetica, però, ci sono due vedute. Chi la considera un’opportunità e chi un rischio, soprattutto per l’aumento dei costi.
«Va guidata e supportata, questo è chiaro, non solo finanziariamente ma anche politicamente. Altrimenti, il pericolo di creare dei sovracosti che incidano sulla competitività degli scali stessi è grande. Lo abbiamo già visto con l’Emission Trading System (Ets). Se non si crea un sistema corretto e bilanciato, la competizione per le infrastrutture italiane si fa molto più difficile».

Intelligenza artificiale, automazione e digitalizzazione possono accelerare questa trasformazione?
«Certo, fanno parte di un altro pilastro. La tecnologia è fondamentale per migliorare la gestione dei porti. Mentre prima tutto si sviluppava in orizzontale, ora assistiamo anche a una verticalizzazione: aerospazio, mare, underwater. I pochi scali che hanno raggiunto il grado di “quinta generazione” sono quelli che hanno spinto sull’innovazione».

Nel libro si evidenzia anche la necessità di aprire le porte delle cinte portuali alla città. A che punto siamo?
«Il dialogo può avvenire attraverso l’energia, l’ambiente e l’occupazione, oltre alla riqualificazione delle aree di cerniera. Senza dimenticare il lato culturale della questione. In giro per l’Italia vedo una serie di progetti interessanti».

Può fare qualche esempio?
«Per quanto riguarda gli hub energetici, Taranto e Brindisi stanno investendo tanto sull’idrogeno. La Spezia è molto avanti sul cold ironing. Mentre idee di waterfront sono nate in diverse città italiane. Se devo scegliere un modello, però, guardo fuori dall’Italia e dico Rotterdam».

Perché?
«Il porto storico è stato completamente rivisto e consegnato alla città. Attività culturali e turistiche sono il biglietto da visita di quel sistema, con le nuove banchine che sono state costruite in altri spazi».

L’underwater, invece, è una frontiera inesplorata. Cosa dovrà fare l’Italia per essere competitiva?
«Qualcosa ha già fatto. È nato un cluster nazionale, e non è un dettaglio. In Liguria è stato collocato il Polo Nazionale della dimensione Subacquea e la Marina Militare è un partner strategico fondamentale: da un lato porta l’esperienza, dall’altro garantisce la sicurezza dello sviluppo. Il nostro obiettivo, come Paese, deve essere: puntare alla leadership nel settore. Va creata una filiera che possa dare una boccata d’ossigeno all’economia, creando occupazione».

Altro tema caldo: la riforma portuale. Qual è il nodo principale?
«Attendiamo e valutiamo gli emendamenti. Al momento posso solo dire che bisognerà trovare il giusto equilibrio tra la Porti d’Italia Spa e le singole Autorità portuali: è questa la chiave».

Un porto blu ancora non c’è: parole sue. Quelli liguri, da Savona e Vado alla Spezia, passando per Genova, possono ambire a diventarlo?
«Oggi un modello non esiste, lo ribadisco. Noto con piacere, però, che tanti scali stanno iniziando un percorso fatto di progetti e iniziative che va in quella direzione. La Liguria, in particolar modo, è tra le regioni che più stanno puntando sulla blue economy. Tutti i porti liguri sono importanti. E non va sottovalutata la presenza del Polo della Subacquea, che può avere un ruolo di rilievo sulla scacchiera non solo nazionale ma anche europea e internazionale. Ciò che serve adesso è una regia, con la Regione che può avere un ruolo importante nell’ambito dell’economia del mare portuale».