Il porto di Trieste è stato negli ultimi anni un modello per la portualità italiana e europea. Ha saputo rinnovarsi grazie all’intraprendenza della sua comunità portuale e all’iniziativa del presidente dell’Autorità di sistema, Zeno D’Agostino, ha attirato investimenti dall’Italia e dall’estero, è stato conteso fra le grandi potenze che oggi dominano il mondo, Cina e Stati Uniti, ha resistito alla chiusura del Mar Rosso e si è proposto per la sua posizione strategica fra Asia e Europa lungo il corridoio Indomec.
Ma quella stagione sembra essersi spenta nelle ultime settimane. La governance dell’Authority all’improvviso è diventata un problema, il commissario straordinario e presidente in pectore, Antonio Gurrieri, è finito sotto inchiesta per finanziamenti arrivati dal Far East e si è dimesso, mettendo in seria difficoltà il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, e il suo viceministro, il genovese Edoardo Rixi. Da quel momento, fra l’altro, è franato il complesso accordo sulle nomine portuali che era stato raggiunto in tutta Italia e sono esplosi altri casi, da Palermo a Napoli e Cagliari. A Trieste e Monfalcone la guida commissariale è stata affidata a un funzionario del ministero, Donato Liguori, che a sua volta ha nominato un subcommissario, Pierpaolo Danieli.
«Valuteremo dopo le ferie», chiosa la vicenda un operatore storico dello scalo, Enrico Samer, che aggiunge: «I commissari dovrebbero essere temporanei. Torbianelli e Gurrieri hanno dato continuità con la gestione D’Agostino, ma il tempo passa e per avere il presidente ci vorranno almeno due mesi. Ci sono decisioni da prendere, mentre lo scenario internazionale è precario». A complicare la situazione c’è stata, proprio da parte di Gurrieri, la mancata conferma di Torbianelli come segretario generale e oggi le sue deleghe sono distribuite fra tre o quattro funzionari dell’Authority.
Ai problemi di governance si sono aggiunti quelli operativi, in quella che paradossalmente sembra una crisi di crescita: le infrastrutture si stanno rivelando insufficienti per accogliere i traffici e questo ha contribuito a scatenare un conflitto fra operatori, in particolare nel settore più pregiato dello scalo, quello dei ro-ro. A settembre 2024 è partito un servizio di Grimaldi fra il terminal della Piattaforma logistica di Hhla e la Turchia, affiancandosi a quelli già presenti sulle stesse banchine di Dfds e Ulusoy. Adesso Grimaldi reclama più spazio e chiede che i concorrenti lascino Plt per concentrarsi sui loro terminal di Molo V e Molo VI. Una richiesta che è stata appoggiata sia da Hhla sia dall’Adsp.
Samer, che rappresenta proprio Dfds e Ulusoy, avverte che su questa china si rischia di perdere traffici e servizi, nonostante l’appeal che ha Trieste: «C’è traffico dall’Egitto che arriva via navi full container a Capodistria, mentre si potrebbe far partire una seconda nave ro-ro da Trieste. E c’è il 35% dei traffici dalla Turchia che arriva via terra invece che via nave». I nuovi servizi sono pronti a partire, ma si bloccano se Dfds deve lasciare la Piattaforma. «La libera concorrenza – afferma Samer – è sacrosanta e a Trieste c’è sempre stata fin da quando, nel 1987, la compagnia di Stato turca ha fatto partire la prima Autostrada del mare». Da allora hanno operato qui servizi ro-ro Ulusoy, Un-ro-ro (che attraverso diversi passaggi di proprietà è poi diventata Dfds Turchia), Ege Ro-ro, Bkt e, per una decina d’anni, Alternative Lines (gruppo Ekol).
«Quando Grimaldi è arrivato lo scorso autunno il terminal Plt era già pienotto. È un competitor in più, come sempre avvenuto. Ovviamente sta a Plt decidere, è una scelta del terminal». Riguardo alla lettera scritta a Dfds e Samer Terminal dall’Adsp, l’imprenditore la definisce «un intervento singolare». Sulle iniziative di Grimaldi il suo giudizio è netto: in questo anno non sono aumentati i traffici con la Turchia, «l’unico lieve aumento è quello registrato da Dfds con la nuova linea con l’Egitto». La difficoltà dello scalo non è dovuta alla mancanza di banchine, ma di piazzali. In porto sono in corso lavori di ampliamento, ma porteranno beneficio fra qualche anno.
Dfds presentando recentemente il proprio bilancio ha sottolineato i problemi in Mediterraneo, ma non intende portare avanti una guerra dei noli con Grimaldi.