Meno ufficiali italiani sulle navi estere: il grido d’allarme dei “vecchi” comandanti

La crescente concorrenza internazionale e lo sviluppo tecnologico cambiano profondamente la gestione della plancia. La formazione scolastica pratica risulta fondamentale per appassionare le nuove generazioni al settore crocieristico

Ultimo aggiornamento 28 giugno 2026 - 18:46

«Mi piacerebbe vedere più tricolore sul ponte di comando. A volte ho come l’impressione di far parte degli ultimi dinosauri», confessa il comandante Mauro Usai. Cinque giri del mondo, qualche imbarco sulle petroliere e dieci anni di traghetto, oggi è al comando delle navi da crociera di lusso Princess Cruises. E il suo ruolo gli permette di avere uno sguardo particolare sia sul settore marittimo sia sul mondo in generale: un punto di vista, per certi aspetti privilegiato, dal quale notare cosa cambia e cosa invece resta invariato e necessario. Dal confronto con la sua esperienza emergono spunti interessanti sulla carriera marittima: dalla crescita di nuove nazionalità nei ruoli di bordo alla necessità di rafforzare la presenza italiana sui ponti di comando, fino al valore dell’inglese operativo, della resilienza e della leadership. «Il mercato delle navi da crociera è molto competitivo. Si affacciano nazionalità emergenti: Montenegro, Croazia, Serbia, Romania, Ucraina, Filippine. Entrano nelle compagnie, fanno esperienza, scalano la carriera». Per questo, secondo Usai, diventa importante formare nuove generazioni di ufficiali italiani capaci di misurarsi con un contesto internazionale e di portare avanti il valore della marineria nazionale. La competizione, del resto, non riguarda soltanto le persone, ma anche le navi, le tecnologie e i modelli organizzativi. “I ponti di comando ormai sembrano astronavi, l’uomo deve saper monitorare più che eseguire, deve metterci sempre la testa”, constata. Usai è al comando di navi appartenenti a una tra le flotte più moderne del settore crocieristico, dove tecnologia, sicurezza e organizzazione operativa si intrecciano tutti i giorni.

Ma per capire davvero questo mondo non basta guardare alla plancia. Bisogna osservare anche l’evoluzione culturale della crociera. Fino agli anni Settanta, era un settore appannaggio della classe più abbiente. Un ambiente sociale specifico, con un’atmosfera soffusa e riservata, e richiedeva un certo stile nel comportamento e nel vestiario. «Oggi, grazie anche al grandissimo successo della serie televisiva americana Love Boat, questo mondo si è fatto conoscere e si è aperto anche alla working class. Ma resta un luogo dove è importante far sentire al passeggero attenzione ed eleganza». È qui che la figura del comandante assume una dimensione che va oltre la conduzione tecnica della nave. Secondo Usai, un buon comandante sa gestire il microfono, intrattenere l’audience, avere un sano senso dell’umorismo. «Insisto sempre con gli studenti, senza nascondere un po’ di narcisismo per le mie capacità linguistiche, che ho sempre curato: l’inglese è indispensabile. La comunicazione è tutto».

Questa attenzione alla comunicazione si riflette anche nel suo rapporto con la formazione. Un comandante, per Usai, deve essere sempre alla ricerca di stimoli intellettuali nuovi: «È da circa un anno che insegno ai ragazzi dell’Accademia Marina Mercantile. Una collaborazione che mi dà tantissimo: mi costringe a riapprofondire i codici, mi aiuta a pulire l’eloquio in italiano, mi permette di entrare in contatto con i giovani, che sono simpatici e aperti. Una boccata d’aria fresca». Per un comandante, avvicinarsi alla cattedra significa anche trasmettere un sapere didattico con un taglio pratico, utile all’apprendimento. “«Il corpo normativo dell’Imo e quello che viene legiferato a livello internazionale hanno un risvolto quotidiano pratico, day to day». Per questo diventa essenziale portare gli studenti a bordo e farli osservare da vicino: perché ciò che in aula appare come norma, procedura o codice, sulla nave diventa azione. «Durante una visita che abbiamo da poco effettuato su Sun Princess con gli allievi ufficiali di Coperta dell’Accademia, abbiamo visto insieme un ponte di comando, il Safety Center, i piani elettronici di emergenza, così come il faldone con la checklist legata al flusso di comunicazioni tra comando e persone on the spot». La visita, in questo senso, ha permesso di chiudere il cerchio tra teoria e mestiere. Certo, quando si parla di crociere di questa portata si rischia di «assaggiare il caviale per poi tornare a pane e cipolle», come ha scherzato il comandante. Ma vedere e toccare con mano le altissime tecnologie che un giorno potranno essere parte integrante del proprio lavoro può diventare una forza motrice di incoraggiamento. È anche così che si allena quella determinazione che non può mancare in ruoli del genere. «Essere ufficiali è un’attitudine, serve una base di resilienza. Per arrivare a essere comandante, e quindi coordinare leggi e uomini, devi avere quel quid in più e lavorarci tutta la vita». Non bastano le conoscenze tecniche: servono ricettività, curiosità, desiderio di entrare in contatto con l’altro. E proprio il contatto umano sembra essere uno degli elementi che Usai considera più importanti, dentro e fuori dalla nave. Per sottolineare quanto tenga all’aspetto delle relazioni, racconta: «Dopo la visita su Sun Princess, io e i ragazzi siamo andati insieme a mangiare la focaccia al formaggio di Recco. Li ho accompagnati con la mia macchina, abbiamo riso e scherzato insieme. Ho vissuto per una sera un bel momento di amarcord giovanile e ho provato il più possibile a coinvolgerli, a trasmettere la passione di un lavoro splendido». Il suo desiderio, in fondo, è tutto lì: vederli presto sul ponte di comando, a ricoprire il suo stesso ruolo.

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