Dal 22 al 26 ottobre 2026 si svolgerà alla Marina di Brindisi il Salone nautico di Puglia – Snim.
Come è nata l’idea di creare un Salone e qual è oggi la sua importanza?
«L’idea – risponde Giuseppe Meo, presidente del Salone – nasce dalla natura stessa della nostra regione, che può contare su circa 900 chilometri di costa. La nautica rappresenta quindi un settore strategico per il territorio. Pur essendo lontani dai principali mercati internazionali, siamo collocati al centro del Mediterraneo e volevamo avvicinare il settore nautico all’utenza del Sud Italia. Negli anni questa intuizione si è dimostrata vincente: gli eventi territoriali continuano a crescere, soprattutto nel Mezzogiorno, dove esiste un pubblico maturo e appassionato. Inoltre il Sud concentra una parte molto importante della cantieristica dedicata alle imbarcazioni fino a 18 metri, che rappresentano circa l’80% della produzione nazionale. Si tratta quindi di un’area con grandi potenzialità di sviluppo».

Come si è sviluppato il Salone nel corso degli anni e quali sono oggi i numeri dell’evento?
«Oggi il Salone può contare su circa 200 espositori e oltre 350 imbarcazioni in esposizione. Il trend continua a essere positivo e quest’anno prevediamo una crescita delle presenze intorno al 15%. Un vantaggio importante della Puglia è la lunga stagione nautica: fino a ottobre le condizioni meteorologiche consentono di svolgere prove in mare e test delle imbarcazioni. Questo ha permesso all’evento di consolidarsi e di ottenere un riconoscimento a livello nazionale. Per questo abbiamo deciso di presentare la nuova edizione anche a Roma, convinti che possa essere la migliore di sempre».
La vostra attività non sembra limitarsi alla vetrina del Salone. Quali altre attività portate avanti?
«Fin dall’inizio abbiamo voluto costruire qualcosa che andasse oltre l’esposizione di barche. Il confronto sui temi che riguardano il settore è fondamentale, soprattutto nel Sud Italia. Lavoriamo molto sulla formazione, in collaborazione con la Regione Puglia e con il sistema degli Its, realizzando percorsi formativi destinati ai grandi gruppi della nautica. Ci occupiamo di sostenibilità, un tema sul quale la Puglia è particolarmente attiva grazie ai progetti di ricerca sull’idrogeno. Inoltre promuoviamo la cultura del mare attraverso numerose iniziative rivolte alle scuole e organizziamo momenti di approfondimento dedicati all’internazionalizzazione delle imprese».

Quando parla di queste attività, si riferisce alla società che organizza il Salone?
«Sì. Il soggetto organizzatore è una realtà privata, ma opera attraverso una rete molto ampia di collaborazioni. Possiamo definire il nostro un “salone diffuso” che vive 365 giorni l’anno. Dopo la manifestazione continuiamo a realizzare attività di orientamento nelle scuole, iniziative legate agli sport del mare e progetti di promozione del settore. Utilizzo spesso il termine “noi” perché i nostri 200 espositori sono parte integrante di questa squadra. Il Salone non appartiene soltanto all’organizzazione che lo realizza, ma a tutto il comparto nautico che contribuisce a costruirne i contenuti e gli obiettivi».
Durante la presentazione avete evidenziato alcune criticità del settore. Quali sono le principali?
«Il tema centrale è la carenza di posti barca. Le regioni del Sud, in particolare Sicilia, Campania, Puglia e Calabria, concentrano circa il 45% degli ormeggi nazionali, ma l’offerta rimane insufficiente. In Puglia, ad esempio, disponiamo di circa 11.500 posti barca, un numero molto ridotto rispetto all’estensione della costa. Il problema è aggravato da procedure autorizzative complesse, che coinvolgono numerosi soggetti istituzionali e spesso risentono di normative non sempre coordinate tra loro. Questa situazione penalizza sia il turismo nautico sia la produzione. Chi acquista una barca vuole avere la certezza di poter disporre di un ormeggio; senza questa garanzia l’acquisto diventa più difficile».
Quali soluzioni proponete?
«La priorità è semplificare le procedure. Nel Sud esistono già strumenti di sostegno agli investimenti, per cui il problema principale non è economico ma burocratico. Occorre rendere la normativa più fluida e più chiara, così da favorire gli investimenti privati nella realizzazione di nuove infrastrutture portuali. Siamo convinti che molti operatori sarebbero pronti a investire se il quadro autorizzativo fosse più semplice».
Che ruolo ha la cantieristica nautica nel Sud Italia?
«È un ruolo molto importante. Spesso si pensa al Sud soprattutto come destinazione turistica, ma esiste una significativa realtà produttiva. I dati di Confindustria Nautica confermano che il comparto delle imbarcazioni di dimensioni minori attraversa una fase complessa, ma proprio questo segmento rappresenta una delle maggiori opportunità di crescita per il Mezzogiorno. Il turismo nautico, il charter e il noleggio possono diventare strumenti formidabili di sviluppo, a patto di risolvere il problema degli ormeggi. La crescita di questi servizi potrebbe anche stimolare ulteriormente la vendita di imbarcazioni».
Quali sono i numeri della nautica nel Mezzogiorno?
«Circa il 35% dell’intero settore nautico nazionale proviene dal Sud. Siamo particolarmente forti nell’artigianato nautico, nella produzione di gommoni, gozzi e imbarcazioni in vetroresina. Campania, Sicilia, Calabria e Puglia rappresentano poli produttivi di grande rilievo. Secondo le elaborazioni dell’Istituto Tagliacarne e del sistema camerale, il comparto potrebbe crescere di oltre il 25% nei prossimi cinque anni, diventando un importante motore di sviluppo per tutta la nautica italiana. Non dimentichiamo che l’80% della produzione nazionale riguarda proprio le piccole imbarcazioni».
Quanto conta l’innovazione tecnologica per il futuro del settore?
«Conta moltissimo. Si sta lavorando molto sull’elettrico, soprattutto perché nel Sud abbiamo numerose aree marine protette e la sostenibilità può diventare un fattore di crescita. Si investe nella ricerca di nuovi materiali, come la fibra di carbonio, e nello sviluppo di carburanti alternativi. Università e centri di ricerca, come il Cetma in Puglia, sono particolarmente attivi su questi temi. Le aziende più strutturate stanno portando avanti progetti molto interessanti che contribuiranno a rendere la nautica sempre più compatibile con gli obiettivi internazionali di sostenibilità».
Per sostenere la diffusione della nautica elettrica servono però anche nuove infrastrutture. A che punto siamo?
«C’è ancora molto da fare. Se per il trasporto marittimo commerciale si parla di cold ironing, nella nautica da diporto occorre sviluppare una rete capillare di colonnine di ricarica nei porti turistici. Oggi non esiste ancora un progetto organico a livello nazionale. A mio avviso ogni porto turistico e, idealmente, ogni ormeggio dovrebbe essere dotato di un punto di ricarica. In Puglia stiamo lavorando a un progetto specifico, ma è una sfida che riguarda tutte le regioni italiane».
Un ultimo tema: la formazione. Quanto è importante per il futuro della nautica?
«È fondamentale. Tutte le trasformazioni che stiamo vivendo, dall’innovazione tecnologica alla sostenibilità, richiedono competenze sempre più elevate. In Puglia stiamo investendo molto nella formazione, ma serve fare ancora di più. Occorrono percorsi dedicati alla ricerca, all’innovazione, all’internazionalizzazione e alla gestione aziendale. Il settore nautico ha una grande capacità di assorbimento occupazionale, ma richiede professionalità qualificate».
Quali figure professionali sono oggi più richieste?
«Le opportunità riguardano l’intera filiera. Servono tecnici e specialisti per la produzione, ma anche professionisti legati alla promozione internazionale e al turismo nautico. Nei marina, ad esempio, è ormai indispensabile conoscere almeno due lingue straniere e saper accogliere una clientela internazionale. C’è richiesta di personale di bordo, hostess, comandanti e molte altre figure specializzate. È un settore che può creare molto lavoro, purché si continui a investire nella formazione e nelle competenze».