Genova – Nell’imponente raccolta di dati avviata dall’Ossermare (l’Osservatorio nazionale sull’Economia del mare delle Camere di commercio, coordinato da Antonello Testa) in collaborazione con i diversi centri studi che operano nel settore, spiccano i numeri di Riposte Turismo sulle crociere. La particolarità che emerge dall’analisi firmata da Francesco di Cesare, presidente di Risposte Turismo, riguarda la penetrazione sul territorio di questa industria turistica, che non tocca solo le regioni costiere italiane e secondo l’ultimo rapporto della Clia (l’associazione degli armatori del settore crocieristico) vale 6,7 miliardi di euro in termini di impatti diretti, 14,7 miliardi tenendo conto anche degli effetti indiretti e indotti, per quasi 100 mila posti di lavoro.
Ma a chi finiscono realmente questi soldi? Di Cesare ha analizzato i flussi, ripartendoli in primo luogo nelle singole destinazioni. Quello che emerge è che al di là dei 61 Comuni che in Italia ospitano porti destinazione di navi da crociera, il totale di quelli realmente coinvolti dall’industria crocieristica sono in realtà 342, di cui la maggioranza (il 55%) si trova nell’entroterra. Come è possibile?
«Abbiamo definito il coinvolgimento del Comune in ambito crocieristico con quattro criteri – spiega di Cesare -. Oltre alla presenza del porto o dei cantieri navali dove le navi sono costruite, abbiamo tenuto conto anche dei Comuni dove sono presenti le sedi operative delle compagnie e quelli che sono mete di escursioni proposte ai viaggiatori. Da questa rilevazione risulta che 17 delle 20 regioni italiane sono interessate dal settore, in modo particolare grazie alle escursioni organizzate. La Sicilia è la regione con più comuni coinvolti (59) a poca distanza dalla Toscana (53. La Liguria è quinta, ndr). Il motivo è che questi territori, oltre a città più grandi, hanno molti centri minori che funzionano come attrattori turistici, rispetto ad altre regioni come il Veneto che vede innanzitutto un grande attrattore, Venezia, che concentra l’attenzione e le scelte dei vari segmenti di turisti».

Osservando la mappa qui sopra, si scopre che oltre alle mete mainstream, le crociere ormai arrivano un po’ dappertutto (persino in Umbria, regione che non ha nemmeno l’affaccio sul mare): «Questo risultato – spiega di Cesare – si deve sia alle compagnie che ai territori, che da molti anni perseguono obiettivi di attrazione della domanda turistica, o di destagionalizzazione e delocalizzazione. Da un lato quindi le compagnie approfittano della possibilità di proporre al crocierista destinazioni e attività sempre nuove, visto anche l’elevato tasso di clienti che ripetono la crociera e la fidelizzazione da parte della domanda; dall’altro i territori sono interessati a trattenere possibili impatti positivi – economici, occupazionali, sociali. Il numero si amplia anche grazie alle numerose aziende – frantoi, cantine, agriturismi – che si situano in Comuni meno considerabili come vere e proprie mete turistiche e che generalmente, a fronte di accordi con le compagnie, organizzano esperienze come degustazioni, showcooking, visite guidate».
Se si guarda all’impatto economico (dati Clia sul 2023), ci si accorge però che ci sono margini di crescita: dei 6,7 miliardi citati prima, la spesa diretta dei crocieristi e dei marittimi a terra è complessivamente di 1,4 miliardi di euro. La parte del leone la fanno le spese delle compagnie (2,4 miliardi al netto dei 300 milioni di stipendi erogati) e le commesse ai cantieri navali (2,6 miliardi). Ne consegue che la regione che trae maggiori benefici dall’industria crocieristica è la Liguria (17,7% del totale: 1,1 miliardi su 29 Comuni), seguita dal Veneto (17,2% su sette Comuni) e dal Lazio (14,1% su 29 Comuni). Togliendo la variabile dei cantieri navali, la città che beneficiano maggiormente dell’industria crocieristica sono tre: Napoli, Genova e Civitavecchia, entrambe con una quota del 10%.