Cantieri navali, tornare a costruire piccoli traghetti può essere una soluzione?

Una strategia industriale lungimirante dovrebbe puntare proprio su questo segmento: incentivare la produzione in Italia di traghetti regionali, sostenere la transizione green con infrastrutture portuali adeguate e promuovere partnership pubblico-private per l’innovazione tecnologica

Il Forum "Road to Best" di Palermo

Ultimo aggiornamento 8 agosto 2025 - 16:19

È uno dei tanti paradossi del mondo della logistica. Ed è emerso in tutto il suo clamore ieri, a Palermo, in occasione della terza tappa del “Road to Best”. Il comparto dei traghetti italiani rappresenta da decenni un’eccellenza internazionale. Gli armatori nazionali operano alcune tra le flotte più avanzate del mondo e assicurano una rete capillare di collegamenti sia lungo la Penisola sia verso l’intero bacino del Mediterraneo, con casi di leadership anche in Nord Europa. Un primato consolidato che si trova oggi a un bivio cruciale, stretto tra l’urgenza della transizione energetica e l’insufficienza del supporto infrastrutturale e industriale.

Le normative europee e le richieste di mercato impongono un rapido aggiornamento delle flotte: motori alimentati a gas naturale liquefatto o ammoniaca, sistemi di cold ironing per l’azzeramento delle emissioni nei porti, nuove tecnologie a basso impatto ambientale. Tutto questo è ormai parte integrante del piano di investimenti degli operatori più attenti. Ma c’è un problema strutturale: i porti italiani, nella maggior parte dei casi, non sono attrezzati per gestire questi nuovi standard. Mancano le infrastrutture per il rifornimento di combustibili alternativi, e anche laddove l’elettrificazione esiste non c’è ancora certezza dei costi. Il risultato è un paradosso operativo: anche le navi più moderne e sostenibili, se non supportate a terra, non possono esprimere appieno il loro potenziale ambientale. A questa criticità se ne aggiunge un’altra, di natura industriale. Il rinnovo della flotta, inevitabile e strategico, rischia di tradursi in un volano economico per i cantieri asiatici, ormai leader mondiali per capacità produttiva e competitività sui costi. I cantieri europei, anche quelli italiani, hanno invece da tempo concentrato le proprie competenze sulla costruzione di navi da crociera, militari o super-yacht, segmenti a più alta marginalità. Difficile, anche in presenza di fondi pubblici, immaginare una rapida inversione di rotta da parte di queste realtà. Tuttavia, esiste una strada percorribile, suggerita da alcuni addetti al lavori: rilanciare la cantieristica nazionale concentrandosi sulla costruzione di traghetti di piccola e media taglia, destinati principalmente ai collegamenti con le isole. Si tratta di unità meno complesse, con cicli produttivi più brevi, perfette per un’industria navale italiana che cerca nuova linfa e nuovi spazi di mercato.

Una strategia industriale lungimirante dovrebbe puntare proprio su questo segmento: incentivare la produzione in Italia di traghetti regionali, sostenere la transizione green con infrastrutture portuali adeguate e promuovere partnership pubblico-private per l’innovazione tecnologica. L’Italia può e deve rimanere leader nel trasporto marittimo passeggeri. Ma per farlo non basta più costruire buone navi: bisogna saper costruire, attorno a esse, un ecosistema industriale e logistico all’altezza delle sfide globali.