Il gruppo Genova Industrie Navali (Gin), di cui l’amministratore delegato è Ferdinando Garrè, rappresenta una delle poche aziende navalmeccaniche in Italia che nella diversificazione delle proprie attività esercita anche quella armatoriale. Si tratta di investimenti a sostegno del core business, ma che permettono comunque una visione a metà strada tra il mondo dei bacini e quello delle navi. Recentemente due aziende di Gin, ossia San Giorgio del Porto e Piombino Industrie Navali, si sono aggiudicate il bando per la costruzione di un vaporetto da 70 metri per la Actv, la compagnia veneziana del trasporto pubblico.
Ha ancora senso costruire traghetti in Italia?
«A mio parere sì, e lo dico rappresentando un’azienda che costruisce navi a 360 gradi e nei fatti, in tempi recenti, ha realizzato in questo segmento solo un traghetto per le Ferrovie. Ma con la costruzione dei traghetti, l’Italia ha l’opportunità di mantenere un know-how, che altrimenti rischia di perdere per sempre. Specie adesso che si affacciano nuove tecnologie e nuovi carburanti per la riduzione dell’impatto ambientale».
Ma è possibile fare questo senza un sostegno pubblico?
«Un sostegno penso sia necessario per ridurre il differenziale dei costi di produzione con l’Estremo Oriente. L’Italia applicato alla lettera la normativa europea, ma ad anni di distanza vale la pena chiedersi se non sia il caso di trovare un modo per sostenere l’attività. I metodi di incentivazione possono essere molti e non è detto che debbano per forza favorire direttamente il cantiere: l’intervento può essere fatto anche su un’altra parte della filiera attivata dalla navalmeccanica. In Spagna in anni ancora recenti si è proceduto a meccanismi di incentivazione, e così anche in Germania».
Qual è il rischio di perdere definitivamente il comparto della costruzione dei traghetti?
«Lavorando si impara. Non tutto ovviamente, ma molto. I livelli tecnici raggiunti oggi dall’industria asiatica nascono da questo tipo di approccio: guardi i passi in avanti nell’industria automobilistica, dove oggi la Cina produce mezzi uguali se non migliori di quelli europei. Oggi in Italia ci sono ovviamente tutte le conoscenze per realizzare un traghetto, ma se queste conoscenze non servono più, allora le perderemo, e con esse le opportunità che invece si potrebbero creare. Questo mentre altrove, con il lavoro e l’esperienza, le conoscenze tecniche aumentano. In fondo il polo delle Riparazioni navali a Genova è nato proprio così: le grandi capacità di oggi non sono altro che il frutto di anni e anni di lavoro, di esperienza accumulata».
L’Italia oggi sarebbe pronta ad accogliere nuovi ordini di traghetti?
«Qui c’è un paradosso. Gli slot sono per i prossimi anni sono già tutti presi, quindi ci sarebbe una grossa difficoltà ad accogliere queste lavorazioni: del resto è l’industria stessa che si è già modificata spostandosi via via su nicchie considerate redditizie. Ma per quanto? Non possiamo vivere con la convinzione di essere irraggiungibili nelle competenze: prima o poi saremo raggiunti, ed è per questo che dobbiamo competere. Anche considerando gli aspetti positivi che presenta il nostro Continente, a partire dalla stabilità politica e dalle condizioni finanziarie di favore».