C’è una cosa che la Corea del Sud ha deciso di chiamare trasporto pubblico, ma non ha ancora deciso quanto valga. Sono i traghetti costieri, quelli che tengono insieme la terraferma e le isole, portano lavoratori, residenti, turisti e merci e ogni anno fanno viaggiare circa 12,6 milioni di persone. Sulla carta sono equiparati ad autobus e ferrovie. Nei finanziamenti, invece, sembrano appartenere a un altro mondo.
Il confronto è eloquente. Nel 2022 i sistemi di autobus semi-pubblici delle sei principali aree metropolitane coreane hanno ricevuto complessivamente 1.893,2 miliardi di won di sussidi. Il trasporto passeggeri via mare si è fermato a 42,1 miliardi. Una differenza di circa 45 volte. Il mare, evidentemente, è trasporto pubblico soprattutto quando bisogna scriverlo in una legge.
Il problema è stato messo sul tavolo in un forum organizzato dalla Korea Shipping Association presso l’Assemblea nazionale. Il settore ha una lista di difficoltà che non lascia molto spazio alla fantasia: flotte che invecchiano, costi di costruzione aumentati, perdite operative e carenza di equipaggi.
Dopo il disastro del Sewol nel 2014, il governo ha rafforzato gli aiuti alla modernizzazione delle navi, attraverso finanziamenti e agevolazioni sugli interessi. Il risultato si era visto: fino al 2020 venivano costruite in media 18,4 navi costiere all’anno. Dal 2021 la media è precipitata a 10,2. Sono aumentati il costo del lavoro e dei materiali e, contemporaneamente, sono diminuiti i cantieri disponibili. È la combinazione perfetta per trasformare una politica di rinnovamento in una corsa a ostacoli.
Anche l’età della flotta racconta una storia poco futuristica. Le navi passeggeri vengono normalmente ritirate dopo 25-30 anni e oggi hanno un’età media di 12,3 anni. Per le navi cargo non esiste invece un limite generale comparabile, anche se per le petroliere e alcune navi utilizzate dall’industria chimica il mercato ha già imposto una sorta di pensionamento informale: oltre i trent’anni, trovare un posto in banchina può diventare complicato.
Una delle proposte emerse è un modello di proprietà condivisa, battezzato “K-coastal shipping joint ownership”. Associazione degli armatori, Korea Ocean Business Corporation e compagnie di navigazione potrebbero acquistare insieme le nuove navi, sostenerne il costo e poi darle in noleggio agli operatori. Più investitori, meno rischio concentrato e, nelle intenzioni, una flotta più giovane. Ma c’è un altro collo di bottiglia, forse ancora più serio: gli esseri umani. Da dieci anni il numero dei marittimi coreani diminuisce. E il 60% degli addetti ha ormai almeno sessant’anni. Mancano inoltre 428 ufficiali rispetto al fabbisogno previsto dalla legge, che richiede 6.438 persone. Il paradosso è quasi perfetto: anche quando un armatore vorrebbe concedere ferie pagate ai propri dipendenti, spesso non riesce a trovare chi li sostituisca.
La soluzione proposta è un sistema di equipaggi di riserva condivisi: più compagnie assumono e gestiscono insieme personale disponibile per le sostituzioni. Una sorta di panchina comune del trasporto marittimo, perché anche il riposo, a quanto pare, ha bisogno di una politica industriale.
La questione decisiva resta però quella dei finanziamenti. Dal 2020 i traghetti passeggeri sono formalmente entrati nel sistema del trasporto pubblico coreano. Il settore chiede ora che questa definizione abbia conseguenze concrete, con un trattamento più simile a quello riservato agli autobus urbani e metropolitani.
Non è soltanto una questione di sussidi. Le isole non hanno una metropolitana alternativa, un autobus ogni dieci minuti o una tangenziale da prendere quando il servizio salta. Per molte comunità il traghetto è semplicemente la strada. E se quella strada invecchia, perde denaro e non trova più equipaggi, il problema non è più soltanto degli armatori. È dello Stato.
La Corea del Sud sta scoprendo così una verità curiosamente analogica in un Paese che corre verso l’AI, i veicoli autonomi e la manifattura del futuro: prima di parlare di mobilità intelligente bisogna assicurarsi che quella vecchia, fatta di acciaio, mare e persone, continui a muoversi. Anche perché il futuro, per arrivare sulle isole, ha ancora bisogno di un traghetto.