«I l mare e il legno». L’anima di Daniele Pollastro è racchiusa in due parole. A 53 anni, nell’aprile scorso, è stato il primo spezzino a ottenere l’abilitazione da maestro d’ascia dopo sei anni dall’ultimo titolo rilasciato in provincia. Un intervallo che racconta la rarità di una delle professioni più specialistiche della manifattura italiana. Oggi, secondo le stime del settore, operano nel Paese poche centinaia di artigiani. Una scarsità che, anziché frenare il mercato, sta aumentando il valore di una competenza indispensabile per la filiera nautica. «Qualcuno può pensare che sia un mestiere fuori moda – dice il comandante della Capitaneria di porto della Spezia, Alessio Morelli –. Ma non è così: è un comparto in continua crescita».
In questo panorama, la Liguria occupa una posizione di rilievo. Tra Ventimiglia e Sarzana si concentra una delle più alte domande di maestri d’ascia, alimentata da una filiera che spazia dalla costruzione dei superyacht al refit, fino al restauro delle imbarcazioni storiche. E il baricentro di questo ecosistema è proprio La Spezia. Pollastro è stato l’ultimo a conseguire il brevetto. L’esame non è una passeggiata. Bisogna presentare domanda alla Guardia Costiera e svolgere un praticantato di tre anni in un cantiere o in uno stabilimento di costruzioni navali. Le prove sono due. Una orale, nella quale la commissione esaminatrice – composta da ufficiali della Capitaneria, tecnici ed esperti del settore – chiede della nomenclatura e delle dimensioni delle parti di una nave, del piano di costruzione, dei legnami usati, dell’alberatura, dello scalo di varo, dell’alaggio e di numerosi altri aspetti. L’altra pratica, «per accertare se l’aspirante sia capace di servirsi degli utensili di lavoro del carpentiere in legno per la commessa da effettuare», spiega ancora il capitano di vascello Morelli.
Se un tempo formazione e lavoro viaggiavano spesso su binari paralleli, oggi i giovani hanno la possibilità di imparare un mestiere e trovare un’occupazione stabile. Eppure, il maestro d’ascia resta una specie in via d’estinzione. In pochi scelgono questa strada. Una volta i segreti del mestiere si “rubavano con gli occhi”: osservando i gesti degli anziani, correggendo gli errori, sbagliando e ricominciando. Era molto più di un artigiano. Interpretava il legno, ne leggeva le fibre e ne assecondava le tensioni. Il nome poteva sembrare bellicoso, ma era coerente con il lavoro: a colpi d’ascia modellava le ossature delle navi. Mani forti, callose, esperte. Al suo fianco, il calafato: compagno inseparabile nella costruzione e manutenzione degli scafi. È tutto raccontato nell’opera “Il maestro d’ascia” di Stefania Fraddanni (con testi di Enrico Campanella, Clara Errico, Paolo Fornaciari, Michele Montanelli e Corrado Ricci).
Oggi il mondo è cambiato. Pollastro è un’eccezione, non più la regola. «È stato mio nonno ad avvicinarmi al mestiere – racconta –. Diventare un professionista del legno è stato il coronamento di un percorso iniziato molti anni fa, fatto di sacrifici, esperienza e continua voglia di imparare. Ora sento di avere una responsabilità ancora più grande: trasmettere quello che ho ricevuto». Daniele, infatti, lavora al Cantiere Valdettaro, nello Spezzino. Se in Italia la tradizione è rimasta viva soprattutto a Genova, Viareggio, Livorno, Venezia, Chioggia, Monfalcone, Torre del Greco e in Sicilia – presto anche sul Lago Maggiore, dove nascerà una scuola -, l’estremo levante ligure continua a rappresentare uno dei principali punti di riferimento nazionali. Insieme a lui lavorano tanti giovani, come Gabriele Bernasco, che studiano per diventare maestri d’ascia. E a tenere viva la tradizione, insieme al gruppo delle Grazie, ci sono anche i Cantieri Navali spezzini e il Cantiere Navale Canaletti.
«Queste figure rappresentano un patrimonio per tutta la nautica – chiosa Alessio Donno, direttore generale di Valdettaro –. Non conservano solo una tradizione, ma custodiscono competenze che nessuna macchina può sostituire. Investire nella loro formazione significa garantire un futuro al restauro navale, alla cultura del mare e a un’eccellenza italiana riconosciuta nel mondo. Per noi il ricambio generazionale non è un’opzione, è una responsabilità verso la storia del cantiere, il comparto e le vecchie signore del mare». Vere e proprie opere d’arte galleggianti che continuano a raccontare storie attraverso il lavoro di chi, come Daniele Pollastro, sa ancora leggere il legno.