Ribaltamento a mare, il rebus dei conti. Fincantieri: costi per coprire i ritardi

Il gruppo pensa di aver già pagato per i tempi più lunghi. E sulla fase 3 c’è tensione

I lavori a Sestri

Ultimo aggiornamento 28 luglio 2026 - 21:58

Dopo l’estate, quando arriverà il Piano di fattibilità tecnica a economica (Pfte) di Rfi, si potrà avviare l’iter per la Fase 3 del ribaltamento a mare dell’area Fincantieri di Sestri Ponente, ossia lo spostamento a monte dei binari.

Il costo vivo dell’opera è lievitato (dai 433 milioni delle fasi 1 e 2 salirà a circa 800: la cifra precisa dipenderà dal Pfte) e grava nella propria interezza sulle casse pubbliche, ma dal canto suo l’azienda concessionaria, appunto Fincantieri, può rivendicare gli impegni previsti dalla concessione e dal piano industriale del 2018, quando in epoca pre-Covid venne presentato il progetto del ribaltamento, dove erano comprese le tre fasi.

Su questa base, la situazione di Fincantieri si potrebbe sintetizzare così. Ed è il ragionamento che fanno nel quartier generale del gruppo. Le prime due fasi, in base agli accordi del 2018, avrebbero dovuto concludersi fra 2024 e 2025. Da pochi giorni, a metà luglio, è stata completata l’area di allestimento, ma per la consegna anche delle altre aree e soprattutto del superbacino da 400 metri bisognerà attendere fra 2027 e 2028. Questo ritardo il colosso lo considera come un costo coperto dall’azienda. Difficile quantificarlo precisamente, ma il colosso della navalmeccanica ha fatto i conti: dal 2018 a oggi la revoca della concessione per eseguire il ribaltamento avrebbe provocato un dimezzamento dell’operatività, mentre, è il pensiero del gruppo guidato da Folgiero, l’azienda ha mantenuto gli impegni su maestranze e consegna delle navi.

Alla lista vanno aggiunte le spese extra: in questo periodo, sempre secondo i calcoli di Fincantieri, sono stati spesi 40 milioni di euro per adeguare materiali, attrezzature e impianti, che sarebbero stati di meno senza i lavori in corso in mezzo al cantiere. Inoltre molte attività sono state esternalizzate, con ulteriori extracosti. Ecco perché dalle parti di Trieste, quartier generale del gruppo, sono convinti di aver fatto la propria parte, pagando fra l’altro il canone concessorio previsto per l’utilizzo di beni demaniali, e anzi di essersi adeguati di tasca propria a una situazione imprevista: un ritardo di tre anni per problemi di esecuzione delle opere, sia pure con in mezzo il Covid e il rincaro dei materiali. Quindi Fincantieri pensa di aver già dato.

E la Fase 3? Per quella il piano industriale prevede investimenti da parte dell’azienda per nuovi allestimenti, compresi lo spostamento delle officine verso mare e nuove grandi gru. Anche in questo caso, la quantificazione non è stata fatta, ma sarà comunque una cifra superiore ai 40 milioni di euro già spesi. È noto che per l’ad di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, senza il completamento delle tre fasi la produzione avrebbe tempi più lunghi, col rischio che il cantiere diventi meno competitivo.