Nel 2025 la capacità nucleare operativa globale si attestava tra i 377 e i 400 GW, garantita da poco più di 400 reattori in funzione. La produzione ha toccato il record di 2.702 TWh, coprendo circa il 9% della domanda elettrica mondiale. Poi la World Nuclear Association (WNA) ha lanciato una nuova stima nel suo ultimo World Nuclear Outlook: 1.457 GW entro il 2050. Se i Paesi rispettassero le tabelle di marcia, se le centrali esistenti venissero estese fino a 80 anni di vita e i progetti sulla carta arrivassero a dama, la potenza installata nel mondo potrebbe più che triplicare. Un balzo che supererebbe persino gli impegni presi alla COP28, dove si era concordato di puntare a circa 1.200 GW.
I conti della WNA scompongono chiaramente il totale: circa 401 GW arriverebbero dall’estensione del parco reattori attuale (171 GW sotto i 60 anni di esercizio e 230 GW nella fascia tra 60 e 80 anni). Altri 498 GW deriverebbero dalle opere già tracciate — tra cantieri aperti, interventi pianificati o proposti. Restano però oltre 550 GW ancora da concretizzare attingendo alle sole dichiarazioni d’intento dei governi. Quasi 1.000 GW di questo ipotetico totale al 2050 farebbero capo a cinque soli Paesi: Cina, Stati Uniti, Francia, India e Russia. Alle nuove nazioni che si affacciano all’atomo spetterebbero invece circa 150 GW.
Il nodo dei cantieri
È qui che la teoria si scontra con la realtà. Nel 2025 si sono aperti undici nuovi cantieri, di cui nove nella sola Cina. Per toccare quota 1.457 GW bisognerebbe moltiplicare per sei la frequenza di avvio dei lavori entro la metà degli anni Trenta.
I reattori convenzionali di grande taglia rimangono opere complesse, ad altissima intensità di capitale e strutturalmente esposte a ritardi. Le traversie francesi con il modello EPR2 o il divario nei tempi di realizzazione tra India e Cina dimostrano quanto pesino la standardizzazione della tecnologia e l’esperienza di cantiere. Senza un’accelerazione decisa delle catene di fornitura, l’arruolamento di manodopera specializzata e nuovi schemi di finanziamento, quella cifra rischia di rimanere un esercizio d’ipotesi.
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) mantiene uno sguardo più cauto. Nello scenario alto, la capacità sfiorerebbe i 1.045 GW nel 2050 e i 1.284 GW nel 2060. Nello scenario basso, non andrebbe oltre i 640-700 GW. I piccoli reattori modulari (SMR) coprirebbero tra il 23% e il 28% della nuova potenza negli scenari più spinti, ma non rappresentano una bacchetta magica: fino al 2050 la spina dorsale della crescita dovrà fare perno sui reattori di grande taglia.
La sfida finanziaria e industriale
Il nucleare garantisce una delle impronte carboniche più basse sull’intero ciclo di vita: tra 5 e 6,4 grammi di CO₂ equivalente per kWh secondo le rilevazioni ONU. Dal 1970 a oggi ha risparmiato all’atmosfera decine di miliardi di tonnellate di anidride carbonica rispetto alle centrali a carbone e gas. Con la domanda di energia trainata dall’elettrificazione dei trasporti, dell’industria pesante e dei datacenter, una fonte programmabile e ad alta densità diventa cruciale.
Oggi l’ostacolo principale non è la tecnologia e nemmeno l’accettazione pubblica: è la scala industriale ed economica del rilancio. La WNA stima investimenti cumulativi di migliaia di miliardi di dollari da qui al 2050, con un fabbisogno che supererà i 250 miliardi di dollari all’anno nella fase di picco.
La Cina si conferma la locomotiva del settore, guidando la concentrazione dei nuovi impianti tra Asia centrale e orientale. L’India punta a toccare i 100 GW entro il 2047, partendo però da volumi ancora contenuti. Stati Uniti e Francia promettono una rinascita nucleare, ma devono ancora dimostrare di saper costruire rispettando budget e tempi. I nuovi attori, dal canto loro, portano entusiasmo ma sollecitano standard di sicurezza, quadri normativi e sostegni finanziari ancora da costruire.
Un richiamo alla realtà
Quota 1.457 GW non è una previsione: è la somma algebrica degli annunci governativi. Rappresenta un soffitto, non una rotta tracciata. Per avvicinarsi serve un’azione simultanea su tre fronti: l’estensione aggressiva della vita utile delle centrali operative, la consegna nei tempi dei progetti già in corso e la moltiplicazione dell’apertura di nuovi cantieri. Gli SMR potranno fare da tampone o servire nicchie industriali e mercati locali, ma non sostituiranno l’industria pesante.
Dopo un lungo periodo di stallo, il nucleare ha ritrovato centralità nelle agende politiche e le stime di crescita aumentano da sei anni. Ma i cantieri non si aprono con le conferenze stampa. La cifra dei 1.457 GW misura soprattutto la distanza tra l’ambizione politica e la capacità reale di messa a terra. Con una finestra temporale da qui al 2050 che si fa ogni anno più stretta.