I draghi di neve all’assalto del Polo: la Cina disegna la nuova frontiera artica

La competizione strategica non riguarda più soltanto il Pacifico o il Mar Cinese Meridionale, ma si estende a pochi gradi dal Polo Nord

Ultimo aggiornamento 21 ottobre 2026 - 07:17

Il cutter della Guardia Costiera americana Munro è rientrato ad Alameda dopo 112 giorni di missione e oltre 23.000 miglia nautiche coperte tra il Mare di Bering e l’Oceano Artico. Sulla carta si è trattato di controlli sulla pesca, esercitazioni con la marina canadese e routine di sorveglianza. La missione reale, però, è stata un’altra: seguire da vicino tre navi da ricerca cinesi, comprese le due famose rompighiaccio Xue Long e Xue Long 2.

A luglio, le tre unità rosse di Pechino si sono spinte all’interno della zona economica esclusiva americana e sulla piattaforma continentale estesa. Dal punto di vista del diritto internazionale non ci sono state violazioni formali, dato che la navigazione è libera. Tuttavia, condurre attività di ricerca scientifica in quelle acque richiederebbe l’autorizzazione formale di Washington e la successiva condivisione dei dati raccolti. Passaggi che Pechino ha semplicemente ignorato, senza chiedere permessi né consegnare alcun report.

Non si tratta di semplice curiosità scientifica, ma di una mappatura strategica a tutti gli effetti. Lo studio dei fondali, delle correnti, delle dinamiche dei ghiacci e dei rilievi subacquei fornisce informazioni fondamentali per chi, in futuro, intenda far navigare sottomarini o navi da guerra nel Grande Nord. È il classico approccio “dual-use” cinese: oggi operano ricercatori in tuta arancione, domani potrebbero farlo gli ufficiali della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione. Gli americani lo sanno bene ed è proprio per questo che è nata l’operazione Frontier Sentinel: monitorare costantemente le “navi civili” cinesi prima che la loro presenza assuma contorni strettamente militari.

Nel corso della missione, il Mu,nro ha collaborato con le forze canadesi nell’ambito dell’operazione Tundra Merlin, ha vigilato sulla flotta peschereccia dell’Alaska (un settore da ben 6 miliardi di dollari) e ha tenuto sotto controllo ogni movimento anomalo. La Guardia Costiera statunitense, tuttavia, soffre da tempo di una grave carence di mezzi: l’Healy, l’unico rompeghiaccio pesante a disposizione, è attualmente fuori servizio a causa di un serio guasto meccanico. La Cina, al contrario, ne schiera già cinque ed è al lavoro per costruirne altri. Così, mentre Washington affronta dibattiti su budget e ritardi di cantiere, Pechino accumula dati, naviga e consolida la propria presenza sul campo.

L’Artico non è più il deserto bianco e isolato di un tempo, ma si è trasformato nell’ennesima scacchiera della competizione globale. La prospettiva di rotte commerciali più brevi tra Asia ed Europa, unita alle enormi risorse minerarie non ancora sfruttate e al posizionamento di nuove basi logistiche, ha spinto la Cina a definirsi uno “Stato quasi-artico”. E la sua strategia procede con metodo, senza bisogno di sparare un colpo: bastano le navi, l’analisi dei dati e tanta pazienza strategica. Ogni nuova spedizione riduce le incognite tecniche e aumenta la familiarità con un ambiente estremo dove l’Occidente mostra ancora troppe fragilità.

Per l’Europa si tratta di un segnale evidente. La competizione strategica non riguarda più soltanto il Pacifico o il Mar Cinese Meridionale, ma si estende a pochi gradi dal Polo Nord, in un’area in cui le regole internazionali sono ancora vaghe e la presenza statunitense stenta a essere capillare. Chi raccoglie oggi i dati oceanografici sarà in grado di controllare le rotte e le opzioni militari di domani. Il Munro fa rientro alla base; le navi cinesi, al contrario, restano tra i ghiacci del Nord per tracciare, passaggio dopo passaggio, i nuovi confini della geografia del potere.

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